Quando rivolgersi a uno psicoterapeuta

La vita di ognuno di noi è caratterizzata da momenti felici e da momenti tristi e difficili da affrontare. È così per tutti, nessuno sfugge a questa regola e quindi è normale trovarsi ad affrontare momenti bui e difficoltà. C’è chi ha più risorse, chi nonostante venga colpito da bufere fortissime riesce comunque a restare a galla, chi invece ne viene travolto e rischia di annegare. Il modo in cui affrontiamo e reagiamo ai problemi che incontriamo dipende in parte da come siamo cresciuti, dalla famiglia che abbiamo avuto, dall’educazione ricevuta e in parte dal nostro temperamento, che deriva dai nostri geni.

 

Ma quand’è che la sofferenza e il disagio diventano tali da essere chiamati “disturbi”? Fondamentalmente quando le difficoltà provate non permettono più di svolgere le proprie attività quotidiane, il proprio lavoro o quando deteriorano le relazioni con gli altri. Quando, perciò, non si riesce più a condurre la vita che si faceva prima, ad esempio non si riesce più ad andare al lavoro, a prendere i mezzi pubblici, a fare la spesa da soli, ecc.

 

 

Spesso i sintomi, come ad esempio quelli dell’ansia o della depressione, portano però le persone a rivolgersi ad altre figure professionali, come il medico di base, il cardiologo, il gastroenterologo. Se si assume una terapia farmacologica, come un ansiolitico o un antidepressivo, i sintomi spariranno e ci si sentirà meglio, ma spesso quando si interromperà il farmaco i sintomi ricompariranno come prima. Il farmaco è comunque molto utile, soprattutto nei casi in cui la sofferenza della persona è molto elevata.

 

Ma proviamo a pensare, ad esempio, a quando abbiamo un dente con una carie profonda che ci fa molto male. Possiamo certamente prendere un antidolorifico o un antinfiammatorio e il male sparirà, ma solo temporaneamente. Infatti, una volta svanito l’effetto della medicina, il dolore ricomincerà come prima e, se vorrò stare meglio, dovrò via via aumentare la dose del farmaco per avere lo stesso effetto e il dente non sarà comunque guarito. Inutile dire che la vera soluzione è farlo curare da un dentista.

 

Allo stesso modo, se si ha un disturbo come, ad esempio, quello di panico, l’ansiolitico toglierà l’ansia e i suoi sintomi come la tachicardia, l’affanno, i tremori, ecc., ma la paura di avere un altro attacco, la paura di quei sintomi e il modo in cui si interpretano resteranno esattamente gli stessi; quindi non si “guarisce” completamente, ma si “sedano” solo i sintomi. Se si è depressi il farmaco farà sentire meno tristi e con più voglia di fare, ma appena si interrompe tornano la tristezza e l’apatia, perché non è stato fatto un vero lavoro per capire da dove derivino questi sintomi, cosa li provochi e perché, ma soprattutto non si impara che è possibile affrontare questi problemi anche con le proprie risorse.

 

È quindi di fondamentale importanza affiancare alla terapia farmacologica un percorso di psicoterapia, per lavorare sul problema, sulle sue cause, sui fattori che lo mantengono e sui metodi e le tecniche per affrontarlo.  Numerosi studi scientifici hanno dimostrato che la terapia cognitiva è efficace per la cura di molti disturbi psicopatologici e anche nel prevenire le ricadute.